FILOSOFIA DELLA NATURA

La letteratura alchimistica, nelle sue espressioni più significative, sviluppa un linguaggio suggestivo ricco di allegorie, assonanze e allusioni; l’oscuro modo di esprimersi degli alchimisti è da sempre oggetto di numerose critiche, persino da parte di alcuni adepti dell’Arte regia che hanno espresso, in alcuni casi, poco incoraggianti opinioni sui propri metodi di trasmissione: «Laddove abbiamo parlato apertamente, in realtà non abbiamo detto nulla. Laddove, invece, abbiamo scritto in modo cifrato o figurato, abbiamo nascosto la verità». (Rosarium philosophorum)
Chiunque si avventuri in questo campo linguistico senza tener conto di ciò incappa inavvertitamente in un caotico sistema di riferimenti, in un groviglio di pseudonimi e simboli indicanti sostanze arcane dove ogni cosa pare sempre poter significare tutto e il suo contrario e di fronte a cui non sono di grande aiuto neppure specifici dizionari barocchi o moderni elenchi di sinonimi: una tale sovrabbondanza di nozioni induce necessariamente alla semplificazione.
Ma i messaggi dei filosofi ermetici, piuttosto che con le parole, possono essere colti «in modo più libero, chiaro ed evidente per mezzo di un discorso muto, o in assenza di un discorso, nelle raffigurazioni dei segreti, o laddove, gli enigmi sono rappresentati per immagini». Secondo il motto del rosacrociano Michael Maier gli alchimisti con le loro immagini simboliche intendevano «giungere allo spirito attraverso i sensi». In quest’ottica è possibile sintetizzare tutto il loro universo di immagini criptiche con uno dei motivi prediletti della Grande Arte, quello dell’ermafrodita, quale incrocio tra richiamo sensuale (Afrodite) e stimolo intellettuale (Hermes). Esso si rivolge alla capacità dell’uomo di cogliere le cose essenziali a livello intuitivo non alla sua facoltà dialettica, che in generale viene considerata come distruttiva. «Ciò che vive secondo la ragione, vive contro lo spirito», scriveva Paracelso.
La predilezione per un linguaggio arcano, che si riflette in discorsi oscuri, cifrati e in immagini enigmatiche, si giustifica con un profondo scetticismo nei confronti delle possibilità espressive del degenerato idioma alfabetico di Babilonia, che con i suoi vincoli grammaticali mortifica lo Spirito Santo. Si trattava allora di custodire la sapienza originaria, la prisca sapientia, rivelata direttamente da Dio a Mosè e tramandata per mezzo di una lunga catena di grandi uomini, così da proteggerla dall’abuso dei profani. A questo scopo Hermes Trismegisto – uno degli anelli principali della catena insieme a Zoroastro, Pitagora e Platone – avrebbe inventato i geroglifici.
Ciò detto, esaminiamo le idee degli alchimisti indagatori e filosofi della natura.
Il filosofo e taumaturgo Empedocle sosteneva l’esistenza di due soli; anche le dottrine ermetiche conoscono due soli: il chiaro Sole dello spirito, l’oro filosofico, e l’oscuro Sole naturale che corrisponde all’oro materiale.
Eraclito l’idea del fuoco vivificante lo definì l’elemento «artistico» che pervade tutta la materia: questa idea deriva dalla magia persiana. E’ l’influsso invisibile e vivificante di questo fuoco a distinguere l’opera dell’alchimista da quella del chimico profano. Al contrario, il Sole naturale è costituito dal fuoco distruttore che, utilizzato in dosi esattamente misurate, determina a sua volta il successo dell’impresa.
Empedocle procedeva con l’insegnamento dicendo che l’intera vita del cosmo è costituita dal movimento risultante dal conflitto di due forze opposte: l’amore e l’odio. A queste, nella Grande Opera, corrispondono i processi alternati di soluzione e coagulazione, sistole e diastole – «Il Sì e il No di tutte le cose» di J. Böhme.
L’alchimia araba parla degli agenti opposti mercurius e sulphur, mercurio filosofico e zolfo, Sole e Luna, donna bianca e uomo rosso. L’unione tra il principio maschile e femminile nel matrimonio tra Cielo e Terra, tra spirito del fuoco e materia acquosa (materia, dal latino mater, madre, come spiega Kremmerz) è il momento culminante dell’ Opera Alchemica, è la conjunctio: il prodotto indistruttibile di questa unione sessuale cosmica è il lapis, il «rosso figlio del Sole».
Il principio femminile mercuriale simboleggia in alchimia il proteomorfismo dei fenomeni naturali, la loro fluida mutevolezza.
«Estranei ad ogni sentimento di riconoscenza, i chimici di laboratorio vogliono dominarlo (Mercurio) e costringerlo a rientrare nel processo chimico» scrive un alchimista «ma Mercurio riesce sempre a divincolarsi, e se lo si pensa, egli si muta nei pensieri stessi , e se lo si giudica egli diviene il giudizio stesso».
Gli alchimisti individuano nello zolfo maschile, capace di solidificare e plasmare, il necessario antagonista di Mercurio.
Paracelso aggiunse un ulteriore principio a questa dottrina, contribuendo così in modo decisivo all’insorgere di una visione più dinamica dei fenomeni naturali. Egli elegge a terzo principio il Sale: la sua facoltà di cristallizzazione corrisponde al corpo. Grazie alla sua grassa e oleosa infiammabilità, lo Zolfo assume la posizione intermedia dell’anima. Mentre Mercurio, il principio fluido e sublimabile, rappresenta lo spirito fuggitivo. Tali Tria Prima di Paracelso non costituiscono in nessun modo sostanze chimiche ma forze attive spirituali: secondo mutevoli rapporti tra ingredienti gli invisibili fabbri o artigiani della natura producono le transitorie condizioni materiali delle cose del mondo.
Nell’alchimia speculativa del periodo più avanzato, nel XVIII secolo, il sale arcano si pose al centro della mistica ermetico-gnostica: in virtù delle sue proprietà terapeutiche veniva considerato in senso cristologico come «luce coagulata del mondo», come «segreto fuoco centrale» o «sale della sapienza».
A Empedocle risale anche la dottrina dei quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco. Egli li definisce le «quattro radici di tutte le cose». Ippocrate l’applicò al microcosmo o uomo con la sua teoria dei quattro umori, mentre Aristotele la modificò in modo rilevante nel IV secolo a. C. Egli ricondusse tutti gli elementi ad una comune materia originaria, la proté hyle o Prima materia. Gli alchimisti la definiscono come «caos nostro» o «massa oscura» derivante dalla caduta di Lucifero e di Adamo: sublimarla e trasformarla nel lapis significa nientemeno che riportare la Creazione caduta in «disgrazia» al suo stato paradisiaco originario.
L’impegno principale di ogni alchimista è quello di trovare la materia essenziale al compimento della Grande Opera. D’altra parte i Maestri dell’Arte con i loro detti enigmatici sostengono che non esiste impresa più semplice: la materia sarebbe sempre presente in ogni elemento persino nella polvere della strada ma ciò che, secondo i saggi, è la sostanza, la più preziosa del mondo, agli ignoranti pare la più misera delle cose terrene.
Secondo le teorie aristoteliche la Prima materia si associa alle quattro qualità di secco, freddo, umido e caldo: così si sviluppa nei quattro elementi. Aristotele ritiene che alterando queste quattro qualità è possibile modificare anche le composizioni elementari delle sostanze al fine di trasmutarle e il lavoro dell’alchimista consiste solo nella «conversione (rotatio)» degli elementi: «(…) La materia della pietra passa da una natura all’altra, gli elementi vengono a poco a poco estratti e, a fasi alterne, ognuno s’impone sull’altro (…) finché non vengono tutti spinti verso il basso dove rimangono a giacere» (J. D’Espagnet).
Pitagora asseriva che il numero quattro definisce lo spettro di tutte le possibilità terrene. Il quinto elemento aristotelico, la sottile quintessenza, si trova dunque solo nel superiore cielo di fuoco divino e l’obbiettivo degli alchimisti è riportarlo sulla Terra per mezzo di ripetute «rotazioni», indipendentemente che ciò possa avvenire distillando lo spiritus, ovvero l’alcool, o immaginando la luce divina nel sale.
Per raggiungere tale scopo è necessario oltrepassare l’estrema periferia del mondo inferiore, l’anello di Saturno, che separa la Terra dal Paradiso. Superare Saturno, che corrisponde a Crono, dio del tempo greco, significa varcare il confine dell’effimero tempo lineare per sormontare la soglia dell’aureo tempo dell’eterna giovinezza nella divina circolarità. Questo sogno avrebbe dovuto essere realizzato attraverso l’elisir dell’eterna giovinezza, ossia «l’oro potabile».
Già il documento alchimistico più antico, dal titolo programmatico Physika kai Mystika (Cose naturali e segrete) suddivide l’Opus Magnum in quattro fasi a seconda delle diverse colorazioni: nero (nigredo), bianco (albedo), giallo (citrinitas) e rosso (rubedo).
J. Pernety nel suo Dictionnaire Mytho-hermétique (Parigi, 1787) elenca le seguenti fasi: 1. calcinatio: ossidazione – Ariete; 2. congelatio: cristallizazione – Toro; 3. fixatio: solidificazione – Gemelli; 4. solutio: soluzione, fusione – Cancro; 5. digestio: digestione, divisione – Leone; 6. distillatio: separazione del solido dal liquido – Vergine; 7. sublimatio: sublimazione – Bilancia; 8. separatio: separazione – Scorpione; 9. ceratio: solidificazione in uno stato ceroso – Sagittario; 10. fermentatio: fermentazione – Capricorno; 11. multiplicatio: moltiplicazione – Acquario; 12. projectio: spolverizzazione del lapis sui metalli comuni – Pesci.
Gli innumerevoli trattati di alchimia, di diversa esposizione per quanti sono gli autori, ma sostanzialmente identici nell’idea realizzatrice, non sono solo esposizioni teoriche ma nascondono nel loro seno la parte più importante dell’Ars regia: la pratica rituale, senza la quale il filosofo ricercatore degli arcani della natura come un soldato «batte il passo» sotto una scrosciante pioggia di nozioni apparentemente senza senso, se non ritualmente praticate.
Non bisogna mai dimenticare che l’alchimista è un pratico operatore e come dice l’anonimo autore della Chymica Vannus: «L’aurea filomagia pretende studiosi operosi, ed è nell’arte nostra richiesto un assiduo fervore. Qui, chi progresso aggiunge, aggiunge del pari fatica; ad affannare con mano notturna, affannare con diurna, ampio, alle magiche Muse, non ci è concesso l’accesso, né già su morbido letto riposa mai l’aurea sapienza».

A cura di Eiael

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